• I “NO” come segno d’amore

    I “NO” come segno d’amore

    Nella mentalità comune dei genitori c’è l’idea che sia giusto fare tutto il possibile per soddisfare le richieste e le aspirazioni dei propri figli. Spesso si crede che accontentare ogni loro desiderio sia sinonimo di amore profondo. Questo atteggiamento è favorito da molteplici aspetti come ad esempio dalle migliori condizioni economiche rispetto ad un tempo, da vissuti familiari passati che influiscono pesantemente sull’educazione attuale dei propri figli e anche dal timore e dalla pigrizia di innescare il conflitto.

    In realtà dire dei “no” significa assumersi le responsabilità delle proprie azioni nell’interesse di tutta la famiglia; è la cosa più difficile ma è anche la più amorevole delle risposte; richiede cautela, impegno, onestà ma anche coraggio.
    “Dire di “no” e fissare dei limiti significa trasmettere al bambino un modello che lo aiuterà a cavarsela in modo autonomo, lo farà sentire al sicuro in famiglia e lo aiuterà a sviluppare le proprie risorse” sostiene la psicoterapeuta infantile Asha Philips nel suo libro “I no che aiutano a crescere” (Feltrinelli).

    I no possono causare frustrazione e provocare reazioni di rabbia ma permettono al bambino di affrontare e saper dominare le proprie reazioni di collera e la propria aggressività; inoltre possono anche essere vissuti come segnali di protezione che provocano sensazioni di sicurezza nel bambino.

    Infatti un bambino che avverte la propria onnipotenza sui genitori come potrà mai sentirsi protetto e sicuro al loro fianco?

    Infine nonostante i bambini provano costantemente ad aggirare i divieti, apprezzano i limiti e li considerano dimostrazioni di interesse e attenzione; bisogna solo creargli le occasioni e dargli gli strumenti che favoriscano questa consapevolezza.

    Questo avviene se fin da piccolissimi si insegna loro a dominare le proprie frustrazioni e a fidarsi delle proposte e delle regole dei propri genitori.

    Ad esempio, quando voi grandi dovrete decidere se far addormentare il piccolo tra le vostre braccia o nella culla, vi troverete a riflettere su ciò che è veramente bene per il bambino. Molte mamme optano per tenerlo in braccio o nel marsupio per evitare i pianti e gli strilli non appena lo mettono nella culla; questa appare la soluzione più semplice e indolore per tutti.

    Invece sarebbe opportuno affrontare la crisi di pianto e chiedersi effettivamente se è fondata e ha ragion d’essere.

    Sicuramente la culla è un luogo meno accogliente e confortevole, ma se il bambino viene sempre in braccio, si rafforzerà in lui l’idea che la culla non è un bel posto e che è meglio stare tra le braccia della mamma. Sarebbe più opportuno invece posizionarlo nel suo lettino standogli accanto, parlandogli in modo amorevole, accarezzandolo o cantandogli una canzoncina, in modo da trasmettergli l’idea che la culla è un luogo protetto e piacevole. Facendo così la mamma accoglie e comprende il pianto del bimbo ma allo stesso tempo gli dimostra che nel lettino non ci sono pericoli.

    Dormire nella propria culla segnala l’inizio di una crescita emotiva, un primo passo per attingere al proprio interno e sviluppare le risorse che permettono di adeguarsi all’ambiente esterno senza aspettare che sia sempre esso a strutturarsi in base alle proprie esigenze. Questo processo avrà effetti positivi anche sull’ autostima.

    Dire “no” è difficile e a volte ciò è reso ancora più complicato da un passato di figli, caratterizzato da un’educazione molto rigida, fatta di divieti, imposizioni e punizioni che condiziona il presente, intriso dell’idea di non far subire ai propri bambini ciò che si ha subito nell’infanzia.

    Ciò che è importante invece, è non demonizzare i “no” a priori, ed essere capaci di individuare le situazioni nelle quali è necessario dirli per il bene del bambino.

    Una volta che lo si dice però bisogna essere convinti; se non lo siete evitate, perchè trasmettere l’incertezza al bambino e lo confonderete. Ma se lo dite, non sentitevi in colpa…state solo facendo il bene di vostro figlio. 😉

    di Elisa Veluscek

    Pedagogista Pge

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